Are your tinned tomatoes picked by slave labour?

22 Luglio 2019

L’articolo di Tobia Jones e Ayo Awokoya Are your tinned tomatoes picked by slaave labour? How the italian mafia make million by exploiting migrants pubblicato sul Guardian il 20 giugno indaga il fenomeno del caporalato. Tra le tante persone intervistate c’è anche Lucio Cavazzoni, presidente di Goodland.

Approfondimenti

Tobia Jones e Ayo Awoka sono gli autori dell’articolo Are your tinned tomatoes picked by slave labour? How the Italian mafia makes millions by exploiting migrants apparso il 20 giugno sul Guardian. E’ un lavoro di inchiesta sul fenomeno del caporalato e del lavoro schiavo nel nostro Paese. Inchiesta che gravita in particolare sul pomodoro da industria raccolto a mano. Siamo in Puglia e in Calabria dove le coltivazioni interessano migliaia di ettari.

Ho letto con attenzione ogni riga, sorpresa, colpevole della mia ignoranza. Le testimonianze raccolte disegnano un fenomeno criminale che coinvolge tutti, chi in forma diretta chi indiretta come i consumatori. Chi in modo colpevole, chi in positivo. Molte le persone che si battono per contrastarlo tra cui Yvan Sagnet, Leonardo Palmisano, Rocco Bolgese, Marco Omizzolo.
Yvan Sagnet, camerunense, nel 2011 portavoce dello sciopero contro i caporali e imprenditori agricoli a Nardò che portò all’introduzione del reato di caporalato, è oggi cofondatore di No Cap, associazione che nasce per combattere ogni forma di sfruttamento umano e ambientale.

E’ un’inchiesta che è anche un lavoro sulla memoria: sono riportati i molti nomi di braccianti, migranti e non, che nei campi o nei baraccamenti hanno travato la morte.

Baraccamenti, vere città fantasma come San Ferdinando in Calabria o Borgo Mazzanone in Puglia. Lì c’è tutto: il barbiere, il macellaio, l’officina per aggiustare le biciclette ma non c’è l’acqua potabile. A Rosarno, tutti i cespugli per miglia sono raccolti per costruire ripari. Si calcola che a viverci siano migliaia di persone. Senza diritti perché illegali, senza permesso di soggiorno. Lavorano a cottimo e mai per più di 30 euro alla giornata. Nel 2018 l’Indice Globale della schiavitù redatto dall’Organizzazione Non Governativa Walk Free Foundation(WFF) in Italia segnala 50.000 lavoratori schiavi in agricoltura. Non c’è relazione tra il costo del lavoro e il prezzo dei prodotti: 7,5 cents è il prezzo al chilo per il pomodoro al produttore. A guadagnarci sono le food corporation, i supermercati e i consumatori. I consumatori risparmiano letteralmente sulla pelle dei braccianti agricoli. Lucio Cavazzoni presidente di Goodland, che si chiede chi siano i generali se quelli che abbiamo di fronte sono i caporali, è interpellato riguardo le certificazioni. Cosa può diversamente rassicurare il consumatore attento, consapevole? Le certificazioni o l’azione indispensabile della repressione della illegalità sono importanti ma fondamentale è un impegno diretto per costruire nelle campagne un sistema di diritti del lavoro e delle persone, analogo a quello dell’industria o del terziario. Non sono più ammissibili né i ghetti né lo sfruttamento delle persone che coincidono sempre con lo sfruttamento anche della terra.     Leggi l’articolo qui.