Cibo libero senza confini.

05 Maggio 2019

Agricoltura. L’abbondanza di prodotti alimentari su scala industriale provoca squilibri ambientali e sociali mai visti. Solo l’agroecologia può preservare un’economia e un’ecologia di territorio integrata e rigenerativa

Approfondimenti

di Lucio Cavazzoni   Pubblicato su “ Il Manifesto” del 9-05-2019   Riprendere una relazione di amicizia con il cibo, di vicinanza, di conoscenza significa riconquistare una relazione con la terra ed i suoi prodotti, con gli allevamenti , con agricoltori e allevatori. Che sono, questi ultimi, radice e custodia di una parte importante e spesso non considerata del nostro stare bene.   LE GENERAZIONI CHE HANNO VISSUTO a cavallo delle due guerre mondiali del ‘900, e quelle precedenti e quelle precedenti ancora ci trasmettono una cronica penuria in quantità e qualità di cibo, non dissimile da quella dei numerosi migranti che fortunosamente hanno attraversato il Mediterraneo o che lo vorrebbero in cerca di scampo. L’agricoltura moderna, caratterizzata dagli sviluppi insieme di nuove tecnologie, nuovi ibridi sempre più produttivi e funzionali ai processi industriali, l’uso e abuso di antibiotici e ormoni e un utilizzo paradossale di input chimici per diserbare, fertilizzare, eliminare insetti e patogeni tutti ha comportato, insieme ad una imponente concentrazione su scala industriale della lavorazione delle materie prime, uno straordinario aumento di prodotti alimentari.   I CAMPI DI GRANO E CEREALI in pochi anni hanno triplicato e quadruplicato la produttività per ettaro, la soia anche, gli allevamenti seriali in enormi stalle concentrate producono 2, 3 volte il latte di 50 anni fa e si vorrebbe giungere a 4 volte, suini e volatili sono divenuti vere fabbriche di carne con un dimezzamento del tempo di crescita degli stessi.   TRE IMPRESE PASTAIE ITALIANE producono il 50% del nostro principale alimento, tre o quattro producono la stessa quantità di latte e di carne, una da sola fa il 90% di crema alla nocciola. Poche centrali in Europa comprano, stabiliscono prezzi e distribuiscono il prodotto alimentare. E tale processo superconcentrato è ancor più sviluppato oltralpe. Se un primo risultato è stato una veloce abbondanza e accessibilità di alimenti e la sconfitta della fame in grande parte del nostro continente, lo straordinario e rapido successo ottenuto ha oscurato le conseguenze di uno squilibrio ambientale, sociale, occupazionale, territoriale senza precedenti. Gli input energetici dedicati alla terra per i cereali superano quelli prelevati attraverso il raccolto, erbicidi e pesticidi sterminano il 40% degli insetti pronubi e quasi il 50% delle api (nel mondo), inquinano l’acqua delle falde, dei fiumi e l’aria e deprimono la fertilità della terra, in continua erosione.   FINALMENTE ANCHE ISTITUTI internazionali come Ispra, Onu, Fao accusano gli allevamenti industriali – fra l’altro responsabili di un impiego di oltre il 50% delle terre coltivate a cereali necessarie per la loro alimentazione – di essere fra i principali responsabili della formazione di particolato atmosferico.   LA PRESSIONE PRODUTTIVA e competitiva sul prezzo obbliga un ipersfruttamento della terra e del patrimonio animale (geneticamente finalizzato all’uso che se ne farà) che ha tra i suoi effetti collaterali l’esclusione delle campagne meno produttive come quelle collinari e montane e l’abbandono ovunque nel mondo. Poiché non in grado di reggere la concorrenza di prezzo delle produzioni ottenute sulle estensioni di pianura e derivanti da processi agricoli e di allevamento totalmente industrializzati. Le montagne e campagne si spopolano, ma le pianure non stanno tanto meglio: nuova tecnologia di precisione applicata all’agricoltura insieme a macchine sempre più grandi ed efficienti gestiscono immense estensioni di terra in complessive due settimane l’anno, o anche meno. In tutta Europa assistiamo a immense aree pianeggianti coltivate e silenti, senza gente, senza vedere nessuno che le lavora e che le viva.   IL PRONOSTICO È MOLTO CHIARO: la Fao in un recente report stima che entro il 2050 sarà il 70% della popolazione mondiale a vivere nelle città, era il 50% solo 4 anni fa, ed il processo non si arresterà.Ma la terra non è solo substrato passivo al quale aggiungere e togliere, da performare come in un normale processo manifatturiero. La terra è innanzitutto elemento di congiunzione con la natura, madre del paesaggio che ci circonda, luogo di vita e diversità vegetale e animale, luogo dal quale trarre e non estrarre (ovvero depauperare senza ritornare), luogo del quale sentirsi parte e partecipi. Opposto a questo sistema se non dominante certamente dilagante si sta sviluppando una agricoltura e una produzione di cibo territoriale, in rete, di piccole e medie dimensioni, integrata in un ambiente che intende non solo preservare ma vivere e far rivivere, fatta da chi abita le terre.   LA SITUAZIONE AMBIENTALE È COSÌ compromessa, il cambio climatico cosi passivamente affrontato, l’attuale PAC così sbilanciata verso i grandi proprietari terrieri che principali beneficiari ne risultano la regina d’Inghilterra e molte industrie alimentari europee che non ne avrebbero bisogno se consideriamo utili e fatturati. Soprattutto si continua a favorire gigantismo e concentrazione di reddito, di mezzi come di superficie fondiaria. E mezza Europa agricola, quella mediterranea che fornisce a tutti verdure e frutti, pomodori e cocomeri, latticini ancora da pascolo ed ancora transumanti campa su centinaia di migliaia di persone – spesso immigrate – sottopagate e sottoalimentate poiché private dei mezzi necessari a dare valore a lavoro e produzioni. Non è più tempo di perseguire una generica e spesso di facciata «sostenibilità», ma di operare per rigenerare e quindi contribuire in attivo al cambio climatico come allo svuotamento sociale delle campagne. Thomas Crowther ed il suo centro di ricerca sostengono che dovremmo piantumare 1.2 milioni di miliardi di alberi (12.000 per ognuno di noi!) in parchi, foreste, zone verdi abbandonate solo per compensare la Co2 prodotta negli ultimi 10 anni.   LA NUOVA PAC DOVREBBE SERIAMENTE cambiare, cessare le attività di cosmesi verde che la contraddistinguono. In particolare: 1) disincentivare la intensivazione dell’agricoltura e degli allevamenti massivi al fine non solo di ridurre ma dichiaratamente riportare fertilità e biodiversità misurabile al suolo ed alle campagne; 2) promuovere agricoltura ed allevamenti di piccola e media dimensione che vivono le campagne e si impegnano in una crescente biodiversità; 3) promuovere tutte le modalità di relazioni più dirette fra agricoltori ed utilizzatori finali, fra campagna e città, supportare a produzione locale incentivando nuove modalità di scambio; 4) promuovere modelli di fabbriche diffuse sui territori, di applicazioni di processi e macchine intelligenti in rete al fine di ridurre l’impatto ambientale dei grandi impianti e mantenere distribuito quanto più possibile il reddito e vivo e nutriente il prodotto alimentare. 5) Premiare solamente l’agricoltura che fa a meno della chimica di sintesi e che sviluppa tecniche alternative ad essa. 6) Destinare con coraggio (sempre tardivo) le sue risorse al modello agroecologico di agricoltura, l’unico in grado di preservare una economia ed ecologia di territorio integrata e rigenerativa.   Una nuova agricoltura che prefigura nuove prospettive è non solo auspicabile ma necessaria.