Curare la terra

La rivista Dispensa ospita le nostre storie. Una collaborazione per parlare di filìa e non di filiere, per fare spazio al prendersi cura, diventare amici, coltivare passioni.

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di Rita Brugnara e Rosalia Caimo Duc

Estratto dalla storia pubblicata su Dispensa n.12, dicembre 2020

“Mi piace parlare di filiera e di filìa perché entrambe mi appartengono. Io ho buoni rapporti con chi viene da me in cascina per il mio riso e non si limita a comprarlo, ma vuole sapere perché ho scelto di coltivarlo, e come lo coltivo. Ho buoni rapporti con chi scrive e racconta del mio lavoro, e ho buoni rapporti anche con chi si occupa di distribuzione. Nella mia, nella nostra filiera, il lavoro è corale. E qui sta la differenza. La filiera normalmente serve a tracciare la storia di un prodotto agricolo. Offre informazioni su chi l’ha raccolto, chi l’ha trasformato, chi l’ha commercializzato. Una filiera fredda perché manca il cuore. Manca la filìa. Il rapporto fra chi produce, l’agricoltore e chi compra in particolare. Nel mio riso ci sono io e tutte le persone che lavorano con me. Siccome lo coltiviamo in permacultura, possiamo dire che coltiviamo il riso su prato. In inverno, quando tutto è brullo, le risaie sono prati verdi. In primavera si semina: le macchine strigliatrici fanno dei tagli sottili nel prato, lo strigliano. Lo svegliano. Una parola bellissima. E in ciascuno di questi tagli viene fatto cadere il seme. Poi arriva l’acqua a coprire. Il riso è una pianta acquatica, lui germina mentre le altre erbe marciscono lente. Noi non ariamo la terra e non usiamo fertilizzanti, neppure quelli organici. Le nostre attenzioni sono tutte per l’acqua, che deve essere sempre in movimento. E’ compito dell’acquaiolo sorvegliare l’acqua. Lui conosce le pendenze dei terreni e ogni roggia, canale, dove l’acqua scorre. C’è la mia storia, nel mio riso.   A pochi interessa guardare oltre il prodotto. Così non vedono che dietro c’è la terra, e ci sono i braccianti che la lavorano con dedizione, e ci sono gli agricoltori che organizzano il lavoro di questi ultimi. Lavoro, lavoro. Chiamiamola cura. Questa filiera umana, coltivandola, cura la terra, la accudisce, e lei ricambia offrendo i suoi frutti. Per me, la cura è una pratica molto femminile, appartiene a noi, è delle donne. Ma la memoria è breve. Oscurata dalla mentalità maschile che vuole e pretende il potere esclusivo per sé. Siamo noi nate per curare.   Braccianti e agricoltori sono il tramite fra la terra e le comunità. Il ruolo dell’arte. E infatti noi siamo artisti. Il mio, il nostro, è un lavoro altissimo e assolutamente creativo. Senza, non avremmo di che nutrirci. La terra non risponde a tutti. Solo a chi si relaziona con lei, e la tocca con cura. L’agricoltura è il cuore, il centro della vita. Non c’è futuro, senza. Eppure, di rado il ruolo del bracciante, dell’agricoltore, viene riconosciuto. E’ bistrattato, messo da parte. Considerato miserabile, negleTaketto. E’ che la campagna non piace, evoca fatica, sudore, guadagni incerti e comunque bassi. La campagna non conviene, pensano.”

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Foto di Nicola Santoro