Good Land, idee per abitare la terra.

28 Aprile 2020

Intervista a Alex Giordano, docente di Social e Trasformazione Digitale Università di Napoli Federico II e direttore scientifico programma di ricerca/azione Societing 4.0 – PIDMed

Interviste

Abitare la terra è un tema largo e te lo propongo includendo anche il Mediterraneo, tema a te caro. Ma prima ancora penso a RuralHack che realizza progetti che avvicinano l’innovazione sociale all’agricoltura di qualità per la riattivazioni delle comunità rurali in armonia con gli strumenti dell’innovazione digitale.   In che modo gli strumenti dell’innovazione digitale possono aiutare a creare, ricreare un legame tra urbano e rurale?   Penso che il legame tra urbano e rurale sia un tema molto contemporaneo e urgente. Lo pensavo prima del Covid-19 e ora è una certezza. In questi due mesi ho sentito e letto della difficoltà degli approvvigionamenti da molti amici e conoscenti in città (di più nelle città grandi) e ho percepito, invece, la sensazione di tranquillità che è arrivata dagli amici che si trovano in campagna e che hanno a disposizione natura, cibo e tanto spazio. Io credo che il digitale sia un ponte molto utile per avvicinare urbano e rurale; penso che questo ponte possa cambiare, migliorandola, l’intenzione tra questi due mondi dentro a una progettualità post-fase 2. Io mi immagino il territorio come una piattaforma naturale che consente agli attori di interagire sia come hanno sempre fatto ma anche con modalità diverse e nuove. Per esempio in questo periodo in città è successo che, mentre le piattaforme dei grandi della GDO saltavano e non garantivano i servizi, è stato determinante avere mercati e piccoli esercizi commerciali che rapidamente si sono organizzati per le consegne a domicilio. Per molte persone questa è stata anche l’occasione per rivolgersi a piccoli produttori locali, sia per evitare le file ai supermercati che per fare un salto di qualità e godere, in queste giornate un po’ inquietanti, delle cose buone. Il digitale è stato lo strumento più importante, anche con modalità destrutturate come un gruppo su Facebook che aggregava i commercianti disponibili alle consegne a domicilio o i gruppi di whatsapp per l’organizzazione degli ordini, arrivando anche ad organizzare le transizioni magari via Satispay. Ecco tutto questo ci mette di fronte all’occasione di consolidare nuove modalità di acquisto e di consumo dei prodotti che avvicinino la dimensione rurale e quella urbana: la tecnologia è un ponte necessario. Pensa se per una città medio-grande ci fosse la possibilità di avere piattaforme e servizi on line per favorire gli incontri tra i produttori e i consumatori, favorendo anche l’intermediazione necessaria di mercati e botteghe perché sono intermediari necessari. E senza nulla togliere alla GDO che ha i suoi clienti e le sue logiche. Si possono immaginare anche progetti ancora più sistemici come la possibilità di creare filiere di produzione e consumo che vanno a vantaggio della città per esempio nelle mense pubbliche. Al di là delle soluzioni che potremo sperimentare, credo che sia oggi ancora più evidente l’utilità di questo legame. Ci sono storie interessanti a riguardo tipo quelle che ci arrivano da Milano che con la sua foodpolicy sta aggregando produttori locali per cibi freschi a Km0, con interessanti novità anche sul fronte amministrativo che utilizza anche la leva fiscale per favorire la lotta allo spreco alimentare. Per altro penso che questa sia anche l’occasione di lavorare di più sull’economia circolare rimettendo in circolo, appunto, ciò che gli uni scartano e agli altri può servire come molti rifiuti che si trasformano in compost che può utilmente tornare alle campagne. Oppure potenziale servizi come quelli di Too Good To Go che rimette in circolo, attraverso una app, cibo ancora buono da mangiare che rischierebbe di essere buttato.   Conosco la tua sensibilità rispetto al Mediterraneo e mi piace quando sottolinei che il Mediterraneo è stato da millenni un network vivo che creava relazioni e scambi, commerciali e culturali. In che modo potremmo dare vita a un modello di compenetrazione tra urbano e rurale che possa da una parte tenere conto di buone pratiche magari già in uso in altri paesi europei e dall’altra promuovere un modello possibile?   Intanto ti dico subito che dopo anni di raccolta e analisi di buone pratiche non credo alle buone pratiche. Lo dico meglio: conoscere le esperienze è fondamentale perché aiuta ad avere ispirazioni e a osservare il mondo del possibile. Quando dico che non credo alle buone pratiche intendo che non penso di poter prendere le soluzioni che hanno adottato a Rotterdam e portale a Salerno (pur essendo due città di mare, con il porto, ecc.). Questi processi di trasformazione di cui stiamo parlando chiedono a tanti attori di cambiare assetto e ti garantisco che agire in certi contesti non è semplice perché ci si muove dentro a quadri di senso del tutto speciali. E aggiungo che, purtroppo, quando lavori in modo visibile su progetti che hanno un appeal (perché cool, di moda o glam per qualcuno) rischi tantissimo che vengano messe etichette perfette sopra a scatole semi-vuote (ho in mente i co-working dai nomi giusti praticamente deserti e magari finanziati con risorse pubbliche; i centri di competenza coordinati dai nomi e cognomi giusti che non svolgono attività e sono tanti gli esempi che potrei ancora fare). Detto questo penso, come sai, al Mediterraneo sia come un riferimento simbolico sia come ad un (ovvio) riferimento territoriale. Il mind set mediterraneo ci suggerisce una strada per governare la complessità contemporanea nei tempi della network society. Abbiamo scelto il Mediterraneo come idea di complessità del contemporaneo perché essendo mare tra le terre, divide e allo stesso tempo collega. Supera i due fondamentalismi: da una parte quello di chi non ha il mare e si sente minacciato dalla libertà che sta nel gesto di ogni istanza di partenza e di emancipazione e, dall’altra, quello di chi non è più vincolato da alcun limite, rappresentato dalla terraferma, in un mare sconfinato come l’oceano. Sono tanti gli esprimenti a me vicini che si muovono nel tentativo di far parlare urbano e rurale: i ragazzi del Monte Frumentario aggregato a partire dall’esperienze di Caselle in Pittari per esempio possono mandare la farina fatta con i grani antichi, che poi sono i grani del futuro, a una pizzeria a Londra o a un panettiere gourmet a Parigi. Molti di noi sostengono un progetto che gira intorno al Forno di Vicenzo, un forno sociale di comunità, che sempre con queste farine produce pane in un paese della Piana del Sele e sta cominciando a costruire alleanze con vari negozi della città che lo distribuiscono. Bella e partecipata anche l’Esperienza di CUM-PANATICO un progetto di “filiera corta, etica e partecipata del grano” che vede un centinaio di famiglie dell’area urbana di Napoli sostenere e condividere il rischio di una produzione di pasta di altissima qualità a partire dalla semina per arrivare fino alla pastificazione. Sono piccoli esperimenti che nascono dal basso in un contesto in cui i singoli cercano faticosamente di connettersi e di innovare. Insieme a questi, in altre realtà, ci sono esperimenti che hanno una veste più istituzionale e che, al di là delle specifiche soluzioni, mostrano una cosa importante che è quella che suggerisci tu: se si uniscono le forze si possono riconfigurare insieme le soluzioni.   Potremmo forse unire le forze e ipotizzare qualche cosa che ancora non c’è?   Unire le forze è necessario per immaginare esperienze e cambiamenti che non siano una tantum ma che siano sistemici. Perché o sei molto bravo a sviluppare la tua azienda, come i ragazzi del Forno Brisa a Bologna che conosciamo bene e che stimiamo tanto, ma in questo caso ci sono delle concomitanze molto fortunate e virtuose che riguardano una singola e specifica impresa (la capacità di essere aperti alle proposte di tutti, il mix di competenze e di vite che si ricombinano in un progetto molto solido – a partire da un incontro a Pollenzo che è già un battesimo di una certa importanza) oppure è molto faticoso tenere in piedi attività che magari sono molto sbilanciate sul sociale e rischiano di non reggersi economicamente oppure coinvolgono tanti attori e faticano a fare sintesi quindi a mantenersi vive nel tempo. Per questo io penso che proprio ora sia il momento di spingere su progetti di sistema (anche molto centrati sulla dimensione locale) che lavorino su modi nuovi di far incontrare la domanda e l’offerta di cibo, la dimensione urbana e quella rurale, le logiche di sostenibilità economica, sociale ed ambientale con una serie di obiettivi “ecologici” da raggiungere:   – cibo sano e di qualità (commons VS commodity)   – lavoro pulito (dignità dei lavoratori VS sfruttamento)   – riduzione degli impatti ambientali (agricoltura eco-sostenibile VS agricoltura estrattiva)   – coinvolgimento delle comunità locali, di pratiche, intenzionali (cooperazione VS frammentazione)   – uso di piattaforme aperte sia tecnologiche che sociali (open VS proprietarie)   – attenzione ai dati e alla privacy (tutela dei diritti e valorizzazione dei beni comuni VS estrazione di valore per pochi).   E per tutto questo sono molto convinto che il riferimento-chiave sia alla Dieta Mediterranea e che servano hub importanti a supporto di questi processi di ri-orientamento e ripensamento dei modelli di produzione, trasformazione e distribuzione dei prodotti agrifood.   Ruralhack ha in attivo tanti progetti che hanno privilegiato i giovani imprenditori agricoli. In che modo pensi sia possibile creare un ponte di dialogo tra giovani e non giovani? Penso che l’esperienza Covid 19 abbia creato consapevolezza rispetto alla necessità di tenere conto della sapienza delle persone grandi di età. In particolare dei contadini che in tanti coltivavano la terra e la curavano, la tutelavano e sapevano come fare.   E’ certamente il mio augurio, e anche una speranza che come Good Land cerchiamo di alimentare e sostenere con specifici progetti legati ai nostri territori di prossimità ed allo sviluppo delle loro potenzialità. Ma vedo con piacere nascere sempre più attenzione verso progetti che promuovono riuso e risorse locali. La vera sfida ora è trasformare tutto questo in una somma di pratiche capaci di introdurre servizi innovativi e di economia di qualità nelle aree interne, rendendole distretti produttivi integrati per vocazione al resto del paese. Vorrei pensare che in questo passaggio il post Covid19 diventi una porta aperta verso un più attento equilibrio tra economia e habitat.   A quanto pare sono in aumento i giovani che tornano (o restano) alla terra: sono oltre 548mila le aziende italiane condotte da under35 e 7 su 10 operano in attività che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo e poi ci sono attività ricreative, agricoltura sociale per l’inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, strade, agribenessere e cura del paesaggio e produzione di energie rinnovabili.   La cosa interessante è che ci sono molti agricoltori di prima generazione e molti di loro sono laureati. Scelgono la campagna come scelta di vita. Io penso che siano persone che hanno un interesse vero per entrare in contatto con tutta quella parte delle tradizioni che è identità ed è anche sapere.   Per noi è proprio una missione quella di favorire gli incontri, i confronti e far emergere punti di vista nuovi, oltre le polarizzazioni, creando connessioni e ponti tra discipline e posizioni differenti e distanti. E’ l’essenza del nostro metodo di lavoro, nell’accezione del nostro modello mediterraneo per far dialogare i diversi punti di vista, come si tratta la dimensione conflittuale nella tragedia greca: attraverso la mediazione.   E siamo riusciti in esperimenti ardui, come ben sai, come quello di #Campdigrano4.0 dello scorso anno a Caselle in Pittari, un piccolo e bellissimo paese delle aree interne del Cilento dove si tiene il Palio del Grano e dove alcuni ragazzi stanno recuperando la coltivazione di grani che noi chiamiamo del futuro perché sono grani non ibridati in laboratorio, che si modificano direttamente in campo attraverso una selezione adottiva all’ambiente non indotta e consentono di produrre una farina buonissima con un mulino a pietra del Monte Frumentario. Con questi ragazzi lavoriamo da anni con un vincolo di fratellanza (anzi di cumparanza come si dice qui) e a #Campdigran4.0 (un laboratorio di ricerca-azione che abbiamo organizzato con loro nei giorni del Palio del Grano) abbiamo fatto dialogare comunità tanto distanti come quelle dei contadini di un piccolo paese del Sud Italia e ingegneri che progettano tecnologie open source tra Torino e il mondo. Oltre le lingue e i linguaggi che spesso diventano barriera all’interazione, c’è una radice comune in queste comunità che riguarda lo stile delle pratiche e che avvicina profondamente queste persone nella loro essenza: l’essere dei makers con l’attitudine hacker cioè alla sperimentazione, al confronto, al “mettere le mani e la testa insieme per trovare soluzioni”.   Questa esperienza, come altre realizzate sul campo, ci rafforzano nell’idea che la creazione di ponti tra tradizione, innovazione, discipline, saperi, attori sia una via adeguata all’ideazione di percorsi e soluzioni non convenzionali e più sostenibili. Ci sono saperi, infatti, che partono da pratiche che sono strumenti conoscitivi solidi e non sono solo folklore o superstizione; sono conoscenze che hanno carattere scientifico (erano la prova e la riprova). L’azione collettiva, fatta attraverso lo sviluppo delle reti, può attivare un’intelligenza collettiva che co-generi idee nuove, soluzioni diverse e occasioni diffuse. Ora è il momento, non possiamo più aspettare. Il Pianeta e lo Spirito del Tempo ce lo stanno chiedendo ad alta voce.   L’intervista realizzata da Rita Brugnara il 26 aprile 2020.