Good Land, idee per abitare la terra.

04 Maggio 2020

Intervista a Martina Liverani, giornalista e scrittrice di cibo.

Interviste

Nella tua rivista Dispensa racconti le storie dei generi alimentari e dei generi umani che più ti affascinano. La rivista è per me una porta che si spalanca sulla terra, la terra abitata da chi coltiva le piante, alleva gli animali, produce cibo artigianale. Il Covid 19 ha fermato per un po’ il tempo.   Che cosa vedi da quella porta che prima non vedevi, ti sfuggiva?   Vedo ancor più nitidamente il legame indissolubile tra generi alimentari e generi umani, gli uomini si riflettono nei loro prodotti e nei loro progetti. Vedo solidarietà, che adesso non è una parola alla moda e nemmeno un’opzione, che non è uno slogan o un modo notiziabile per far parlare di sé ma è un’esigenza imprescindibile. Vedo brave persone, che fanno prodotti o progetti di valore. E quel valore è tangibile, misurabile, premiabile con l’unità di misura della solidarietà. Che ha parametri meravigliosamente freschi, nuovi, rigeneranti.   Nel film I villani di Daniele De Michele dice uno dei protagonisti “La terra ha bisogno dell’uomo. Se l’uomo non c’è più, la terra rimane ad aspettare.” Urla la vicinanza tra uomo e terra, un grande amore, una grande philia tra l’uomo e la terra. Queste parole mi sono risuonate come un appello: se l’uomo smette di coltivare la terra (la terra marginale) la terra rimane ad aspettare. Ma chi aspetta secondo te?   Io penso che questa nostra fatica di stare chiusi in casa sia dovuta al fatto che sentiamo la voce della Terra e della natura che ci chiamano. Lo senti, vero? Il richiamo della terra, che parla attraverso questa primavera dirompente ed esige la nostra attenzione e la nostra cura. È come se ci dicesse: dai, vieni. Camminami, raccoglimi, mangiami, guardami, corrimi, annusami. La terra aspetta noi. È un grande amore, hai detto bene, fatto di cura reciproca. C’è una bella poesia di Garcia Marquez, Se un giorno avrai voglia di piangere chiamami, che descrive perfettamente il sentimento di cura e bisogno vicendevole. Ecco, io me lo immagino così il rapporto tra questi due amanti, l’uomo e la terra.   C’è un altro tema che si interseca con quanto ci siamo scambiati fino ad ora. In che modo può esserci un avvicinamento tra urbano e rurale? Siamo destinati ad accalcarci tutti nei centri urbani o ci sono altre soluzioni per abitare la terra in modo inedito? Come possiamo diventare cittadini della campagna?   Usciremo da questa situazione più esigenti. Avremo voglia di ascoltare buona musica, andremo a una mostra più preparati, sceglieremo accuratamente con chi passare il nostro tempo. E saremo più esigenti anche nei confronti del cibo. In ciò che sceglieremo, e come lo mangeremo. Da due mesi, siamo a stretto contatto con il cibo: si è compiuta un’operazione di massa che ha visto gli italiani, tutti, alle prese con la spesa e la cucina domestica in un modo completamente inedito, più diretto. Abbiamo cucinato e mangiato a casa, tutti i giorni, due volte al giorno, per due mesi. E per forza di cose abbiamo imparato qualcosa che prima non conoscevamo. Per esempio, a fare la spesa con più attenzione e meno frequentemente. Magari a non sprecare il cibo. Magari a valorizzare certi prodotti e a ricavarne la versione migliore. Abbiamo fatto il pane. Abbiamo piantato le erbe aromatiche in terrazzo. Ma in particolare abbiamo cambiato atteggiamento e siamo diventati “campagnoli di città”. Per vivere meglio   L’intervista è di Rita Brugnara, maggio 2020.