Good Land, idee per abitare la terra.

05 Maggio 2020

Intervista a Daniele De Michele, in arte Donpasta, dj, economista, appassionato di gastronomia.

Interviste

Lei è anche il regista del film I villani. In che modo pensa si possa, dopo questa pausa forzata di riflessione a tutto tondo, affrontare il tema dello scambio tra urbano e rurale? In che modo chi vive in città può contribuire a un dialogo anche fisico con chi vive nei luoghi remoti a rischio di abbandono?   In Italia c’è stata finora un’incapacità di osservare la realtà contadina. Lo sviluppo partito dal boom economico, la scolarizzazione, l’industrializzazione dell’agricoltura hanno creato una cesura definitiva tra il mondo urbano e il mondo rurale. Intendiamo il mondo urbano, per comodità quella parte di popolo che iniziò a lavorare nelle fabbriche (e in seguito nel terziario), che si alfabetizzò, che iniziò a entrare nella mentalità contemporanea dell’uomo consumatore. La diversità tra i due mondi era tendenzialmente questa: l’uomo rurale non consumava, usava quello che aveva e ordinava i pensieri secondo questa modalità di produzione. Il restante mondo, viceversa, intendeva il cibo come un consumo, alla stregua di un’automobile, di uno scherma ultrapiatto. Non esiste trasformazione possibile senza che il consumatore non ricostruisca con l’alimentazione, quantomeno, un rapporto naturale, non condizionato dalle mode o dalle regole commerciali.   Il cibo in che modo può ritornare ad essere oggetto di scambio vero tra chi vive in città e chi vive in campagna?   Chi abita in città, come me, ha una grande fortuna perché le città italiane sono in genere circondate da campagne. Tutto passa attraverso una riorganizzazione della filiera corta. Abbiamo visto in questi giorni la follia delle code al supermercato. Passare il tempo ad acquistare prodotti che fanno migliaia di chilometri mentre pressoché a prezzi simili sarebbe possibile poter acquistare prodotti sani, prodotti da contadini, allevatori che fanno le cose con buon senso, passione, onestà.   Parlare di campagna è un po’ vago. Di nuovo mi riferisco alla campagna, pascoli, alture dove fare il contadino, pastore, artigiano del cibo è dura. Nel suo film uno dei protagonisti afferma”…La terra ha bisogno dell’uomo. Se l’uomo non c’è più la terra rimane ad aspettare l’uomo” Sarà vero che la terra aspetterà l’uomo o sarà vero piuttosto il contrario? Prendo l’esempio di Modesto, che racconta il rapporto tra pascolo e bosco. Dove l’uomo abdica i boschi diventano infestanti e arrivano i lupi. E’ errato pensare che la simbiosi dell’uomo sia da ridurre al minimo impatto. L’uomo ricrea il mondo sfruttandone le potenzialità naturali, come uno scalpellino, va a togliere. Pensare alle architetture magiche dei terrazzamenti nelle cinqueterre o in Costiera amalfitana. Nulla di più armonioso, delicato, rispettoso, curato. Nessuna violazione, per creare un argine che si perde, si sgretola se l’uomo scompare.   Penso spesso che il tema delle terre piccole, scomode, appenniniche o solo fuori porta sia un tema che nasconde l’esclusione. Ieri ho avuto uno scambio con Pippo del Bono che diceva “ la terra deve essere di tutti” E sappiamo che così non è. Basta pensare ai popoli nativi continuamente sotto minaccia. Penso che anche i nostri contadini, quelli piccoli come quelli narrati nel suo film, siano un po’ dei popoli nativi. I nostri popoli nativi. Resistono e in modo generoso svolgono un ruolo di custodi della terra che nessuno riconosce loro.   I contadini, i pastori, i pescatori sono le vittime sacrificali di un millennio di ingiustizie. Si è passati dal latifondo dove a essere ricco era solo uno, all’illuminismo in cui si è fatto credere che la sapienza fosse correlabile solo all’accumulazione di conoscenza. La rivoluzione industriale è nata costruendo la proprietà privata a partire dalla depredazione dei prati comuni. La grande distribuzione si basa sullo sterminio dei piccoli produttori. I piccoli contadini subiscono assalti inumani da mille anni. Resistono per una legge umana più antica di queste follie. Chissà per quanto.   Che cosa possiamo fare per sostenerli concretamente?   Raccontare un altro mondo possibile, smetterla di pensare che l’uomo bianco, colto, laureato abbia capito tutto su come si debbano fare le cose giuste. Costruire una filiera produttiva e distributiva efficace e estesa che salti completamente la grande distribuzione.   Intervista realizzata da Rita Brugnara, maggio 2020