Good Land. L’impresa contributiva.

20 Agosto 2020

L’impresa di impronta capitalistica che si è sviluppata negli ultimi duecento anni a partire dalla prima grande Rivoluzione Industriale ha sicuramente assicurato ricchezza a fasce più ampie della popolazione mondiale, generato innovazioni che hanno migliorato la qualità della vita,contribuito alla diffusione di pratiche più democratiche. Ci si chiede ora quale sia stato il costo sostenuto in cambio di tale benessere e se siamo disponibili a continuare a procedere esattamente nella stessa direzione.

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di GIUSEPPE CAPIELLO e LUCIO CAVAZZONI   Pubblicato su “Atlantide” Anno 2020, Numero 47.   Già da qualche anno da più parti viene messa in discussione la concezione prevalente che sta alla base dell’interpretazione dell’attività imprenditoriale. L’impresa di impronta capitalistica che si è sviluppata negli ultimi duecento anni a partire dalla prima grande Rivoluzione Industriale ha sicuramente assicurato ricchezza a fasce più ampie della popolazione mondiale, ha generato innovazioni che hanno migliorato la qualità della vita, ha contribuito alla diffusione di pratiche più democratiche ma ora ci si chiede quale sia stato il costo sostenuto in cambio di questo balzo epocale; e poi se è opportuno e se siamo disponibili a continuare a procedere esattamente nella stessa direzione.   Sfruttamento eccessivo ed inquinamento ambientale, nuove forme di disuguaglianza, impoverimento dei rapporti umani sono solo alcuni degli effetti indesiderati di un approccio fondamentalmente estrattivo, una modalità di creazione del valore che per perpetuarsi deve necessariamente distruggere una parte del valore esistente invece che rigenerarlo. “Distruzione creatrice” è la nota espressione con la quale Schumpeter alla metà del secolo scorso descrive le dinamiche che conducono alle innovazioni e che oggi viene ripetuta acriticamente, ad esempio per spiegare ai giovani aspiranti imprenditori, come si crea una startup o come si rilancia una impresa bollita. Per non parlare della finanziarizzazione estrema che accompagna gli scambi economici, quella con cui si pretende di creare valore partendo da zero.   L’ambito tuttavia dove forse è più forte la contraddizione, e paradossalmente meno evidenziata, è quello del lavoro perché lo scollamento tra la l’impiego, l’attività per cui si è retribuiti, ed il “progetto” che ciascuno mette in campo per realizzarsi, per soddisfare i propri interessi ultimi, sembra talvolta incolmabile. Il lavoro, cioè diventa esso stesso il fine ultimo oppure una pura necessità per la sopravvivenza e quindi si è costretti ad accettare o ad offrire un impiego a qualsiasi condizione.   In questo senso è molto condivisibile quanto dice Luigino Bruni quando rileva che “Il capitalismo è dunque molto di più di un sistema di produzione e distribuzione di beni e servizi: è un sistema di segni, è un culto, è una nuova, antichissima, religione” (Bruni, 2019). L’impresa di impronta capitalista è stata sostenuta ideologicamente fino a farla considerare ai più l’unica possibilità per scambiarsi risorse. Lì dove “falliva” l’impresa interveniva lo Stato, come ordine alternativo orientato a ridurre gli squilibri e le inefficienze attraverso la legge.   Contestualmente si sono sviluppate anche modalità diverse di fare impresa, pensiamo ad esempio alle cooperative ma non solo, perché evidentemente per qualcuno non era facile riconoscersi nelle categorie tradizionali di creazione del valore che deriva dai contratti di mercato o della giustizia assicurata dalla legge ma queste imprese sono state classificate, come dire, per difetto: non profit, terzo settore. È stata insomma creata una categoria di “anomalie” rispetto all’ordine sociale di orientamento liberale e socialista. Recentemente qualcuno ha definito “ibride” le gemmazioni successive, strutture che pur essendo “for profit” perseguono anche finalità di impatto sociale, ma in questo modo implicitamente si sta ammettendo che le “specie” sono quelle tradizionali, il mercato e lo Stato.     Goodland è nata da un gruppo di persone che provengono da storie diverse ma che sono accomunate dalla stessa premura e cioè quella di chi pensa che fare impresa sia una azione consapevole di rigenerazione di valore e cioè di utilizzo delle risorse disponibili non per appropriarsene ma per farle fruttare. Abbiamo in prestito dalla natura qualcosa che dobbiamo restituire arricchito.   Goodland si occupa prevalentemente di generi alimentari, intesi come frutti della natura di cui possiamo disporre per la nostra salute. Ma ogni prodotto che vien proposto al mercato è un progetto di rigenerazione o, se non fosse percepito come presuntuoso, diremmo un progetto di riparazione.   Piuttosto che aggiungere ad ogni processo produttivo un poco o molto consumo (depauperamento) dell’ambiente e del pianeta (della società) come accade sempre, Goodland vorrebbe porsi come avamposto di un modello di impresa che, all’opposto e in quote progressive, migliora l’ambiente (la società) nel quale opera e in questo modo costruisce la sua dimensione imprenditoriale.   Del resto il concetto così importante di sostenibilità ha senso se il punto di arrivo è raggiungere un qualche tipo di equilibrio fra consumo e produzione o riproduzione delle risorse.   Ma se come accade oggi questo equilibrio è lontanissimo, in uno sbilanciamento senza fine a favore del consumo che è sinonimo di distruzione, l’unica forma veramente contributiva per il pianeta e per tutti è operare in termini attivi, positivi nei riguardi della rigenerazione necessaria a recuperare la distanza creatasi.   Del resto Il giorno in cui il pianeta terra ha superato quello che è in grado di rigenerare nel 2019 è stato il 30 luglio, l’Overshoot day. Dal giorno dopo siamo a «consumo netto». Due esempi di prodotto-progetto: Fra Foggia e San Severo è presente l’unico campo di immigrati africani autogestito e in qualche modo supportato nei servizi dalla Regione Puglia.   Abbiamo scelto una azienda lì vicino per sviluppare il primo prodotto pilota insieme all’associazione No Cap. Il pomodoro che è stato coltivato è il risultato di un impegno che ha riguardato non solo i contratti di lavoro, non solo la logistica e le visite mediche e tutto quanto in realtà la nostra legislazione prevede per chi lavora in campagna come bracciante, ma ci si è occupati della raccolta dei lavoratori, della loro regolarizzazione , della loro formazione (anche se breve) e della qualità delle produzioni, sulle quali l’impegno è stato altrettanto importante; la passata di pomodoro goodland-no cap è ora in vendita ed è molto apprezzata. Nell’assortimento futuro seguiranno altri pomodori coltivati nel ragusano, con caratteristiche qualitative diverse ma che hanno seguito lo stesso procedimento.   L’obiettivo è dimostrare che è possibile ottenere a condizioni economiche accessibilissime, un ottimo prodotto con caratteristiche artigianali non solo rispettando ma promuovendo i diritti e la dignità di chi ci lavora.   La seconda famiglia di prodotti sarà sviluppata nella zona di Vercelli con una associazione, rete di imprese, che si chiama Amici della terra, tutti eccezionali produttori di riso biologico con una passione ed una determinazione: riportare gli alberi in pianura. Nella loro zona gli alberi sono stati eliminati quasi tutti nel corso dei secoli. Si tratta quindi di agroforestazione e di biodiversità. I prossimi prodotti avranno questo nel messaggio, riportato nel centro dell’etichetta: agroforestazione e biodiversità. Questo è il nuovo committment di agricoltori biologici che vogliono cambiare ambiente qualità e paesaggio del proprio territorio combattendo, anche attraverso una agro forestazione seria che vuole arrivare fino ad un 5% dell’area poderale, l’inquinamento e le polveri sottili oltremodo pericolose in pianura.   Bisogna fare di più per l’ambiente e la società, che sono la stessa cosa: è necessario inserire questo “di più”, questa “sovrabbondanza” necessaria, non tanto in una banale ed ancora lontana somma 0, non tanto in un patinato bilancio sociale ma all’interno del business plan caratteristico dell’impresa e come tale rendicontarlo.   Insomma non è più tempo di pensare ad abitazioni passive, ovvero che non consumano energia: bisogna lavorare perché divengano attive e ne donino agli altri.   Quando potremo ragionevolmente chiamarci fuori dall’emergenza di Covid 19 ci chiederemo quanto il saccheggio ambientale degli ultimi decenni e quanto la diseguaglianza sociale hanno contribuito all’affermarsi della pandemia. E ci troveremo di fronte a due opportunità: ricominciare uguale a prima, in una dimensione ancora di consumo e ripartizione del tutto unfair, oppure spingere per rafforzare economia ed ecologia dei territori qui intesi come i luoghi nei quali la vita si sperimenta, si realizza o al contrario si nega.   Se dobbiamo (e dovremo) ricostruire, riparare e ricostituire è bene farlo con una nuova capacità progettuale, un nuovo design organizzativo e associativo capace di integrare essere umani, ecosistemi naturali e le nuove tecnologie in una dimensione che punti ai territori come casa del vivente e li difenda.   Non vi sono scorciatoie per questo percorso, la timidezza si supera solo con la passione.  L’azione, coerente e progressiva, determinata e pulita è l’unico antidoto alla consuetudine, di uno stile di vita basato sul consumo e accettazione inerte della disparità come modello sociale che fa torto all’Umanità del cui valore siamo portatori.   Ed una azione sinergica, ambientale e sociale di economia rigeneratrice, con quanti più protagonisti possibile che diventano partner, è oggi il sentiero da percorrere.   Allearsi, cooperare, unirsi e non contro ma per. Per, finalmente, una casa più comune e quindi vivibile.