I monopolisti del cibo.

21 Aprile 2021

La sfida del cibo
«Diventerà più prezioso del petrolio – racconta Lucio Cavazzoni, che ha da poco lanciato il progetto Goodland – e per questo non può essere lasciato nelle mani di pochissimi, cui importa solo il profitto e “gli stili di consumo” e rendono tutto “standard”. Ma per fortuna, qualcosa si muove…»

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L’ultima impresa in cui Lucio Cavazzoni ha deciso di cimentarsi si chiama Good Land, pay off “Abitare la terra”, un progetto di rigenerazione agricola destinato ai territori difficili, e volto alla realizzazione di progetti concreti sui territori che diventano prodotti, cibo sano che attiva cambiamenti sociali ed ambientali. Nato nel 1956, laureato in sociologia alla Facoltà di Scienze politiche di Bologna, nel 1978 si è dato all’apicoltura e ancora oggi, quando parla delle api, della loro importanza per l’ecosistema, della loro progressiva scomparsa dovuta all’inquinamento, la sua passione non può lasciare indifferenti. Nel tempo, ha partecipato o direttamente dato vita ad ambiziosi progetti che tenevano insieme tutela dell’ambiente e valorizzazione del cibo sano come elemento fondamentale della vita umana, e in questa sua attitudine che qualcuno potrebbe definire di attivismo imprenditoriale la sua è una visione che tiene insieme tutto, dalla piccola ape ai sistemi macroeconomici globali.   Con lui abbiamo parlato, necessariamente, di cibo, e di come in particolare in questo anno di pandemia in cui la GDO, grande distribuzione organizzata ha fatto ottimi affari, sono però anche aumentati e maggiormente emersi i tentativi di creare reti di piccoli produttori che col loro lavoro producono alimenti sani e difendono il territorio.   Non necessariamente in una dinamica “piccoli contro grandi”, cosa su cui ci corregge subito, quanto di piccoli che fanno le cose bene per gli altri e per il territorio versus le grandi processi di concentrazione alimentare che divengono presto monopoli “Citerei l’esempio di Cortilia” dice “una piattaforma distributiva che era partita con pochi investimenti, poi attenzionata da fondi importanti, e che nell’anno del lockdown è diventata un vero e proprio colosso della consegna a casa. Riuscendo, peraltro, a mantenere i suoi standard, sia in qualità che in efficienza. E restando coerente almeno per ora rispetto alla sua offerta distintiva, composta da migliaia piccoli agricoltori. E non ho dubbi che riuscirà a superare Amazon, ovviamente limitatamente al comparto alimentare, proprio per via dei risultati che sta raggiungendo. È un fenomeno meno clamoroso di quanto si possa pensare, poiché è vero che Amazon è un gigante, ma con il cibo fatica: il cibo non è un oggetto, non è un gadget elettronico o un complemento d’arredo prodotto in serie: ciò che li accomuna è la rincorsa verso un gigantismo che concentrando insieme domanda ed offerta finisce per governarle entrambe”.   Si pone un grande tema di democrazia, non solo di demografia guidata dalla disponibilità del cibo.   La sfida, quindi, sembra essere quella di riuscire a mantenere diversità e pluralità, anche quando le dimensioni diventano molto grandi.   “La grande distribuzione, che al 90 per cento è ostaggio delle multinazionali e per sopravvivere lo diventano a loro volta, la diversità la cancella, cancella i territori trasformandoli in commodity, rende tutto uguale, ha l’esigenza che tutto sia ripetibile. L’esigenza della Gdo è quella di venderti una mela perfetta, standardizzata, che sia esattamente uguale quando il cliente la comprerà la prossima volta. Ma questa è l’antitesi dell’agricoltura e del territorio, in cui ogni produzione è diversa e l’estetica non è un fattore rilevante”.   Torniamo al tema dell’organizzazione: dopo una prima, lunga fase quasi luddista, in cui alle potenzialità della rete si obbiettava con una certa retorica dei bei tempi andati delle botteghe, qualcosa sembra cambiare. Anche perché le botteghe erano già in crisi ben prima dell’avvento di internet, proprio per via della GDO.   “È una grande opportunità il commercio elettronico se aiuta a mettersi insieme: se ognuno vende la sua cosina, non si va da nessuna parte. Mettersi in rete ha invece tre significati: intanto quello letterale, nel senso della capacità di usare l’infrastruttura e le potenzialità del web. Poi quello organizzativo, che supera una vecchia e radicata attitudine all’isolamento, ed è per questo che in questo passaggio sono protagonisti importanti i più giovani, quelli che tornano alla terra per un’urgenza che li guida di salvaguardarla anche di se stessi, ma per fortuna sono anche portatori di una nuova mentalità. Infine c’è un senso implicito, che è quello della condivisione: “mettersi in rete” vuole anche dire condividere con gli altri la propria storia, il proprio specifico, e la condivisione è fondamentale quando parliamo di cibo. È un invito a partecipare a tutto ciò che c’è prima e dopo la realizzazione di un prodotto. E di esperimenti simili è pieno, non sono un’anomalia: questa la vera grande novità dell’agricoltura giovanile e di un nuovo cibo: nasce e cresce insieme ad una forte volontà di cambiamento e non di assoggettamento”.   I punti di forza della grande distribuzione li conosciamo, hanno soprattutto a che fare con la leva economica, con lo strapotere che deriva da numeri e dimensioni. Come si contrastano?   “Vero, i grandi gruppi contano su grandi mezzi, ma anche su un altro fattore per loro fondamentale che è il marketing. Negli ultimi anni certamente si sono resi conto che qualcosa stava cambiando, e quindi hanno tutti iniziato a dirsi sostenibili, anche se in realtà si tratta di un mare di chiacchiere, quasi sempre. Proprio perché la sostenibilità si fonda sulla diversità e biodiversità, è incompatibile con la massificazione. Cito un esempio clamoroso: Bill Gates ha acquistato grandi appezzamenti agricoli in quattro Stati confinanti, cosa che, messi insieme, lo ha immediatamente reso il più grande possidente terriero su piazza: e dice che lo fa per la sostenibilità, ma in realtà con questo intende un processo di massimizzazione produttiva e in quei terreni non ci sarà spazio per la diversità. C’è una grande differenza tra chi possiede la terra e la inserisce, come una commodity, appunto, tra i suoi asset, rendendola parte di una catena produttiva, e chi invece la coltiva e la vive, la abita direttamente.   Il piccolo non ha altra scelta se non quella di fare un prodotto migliore degli altri ed è molto importante il fatto che sia vero e il modo con cui lo propone, lo racconta. Il prodotto è il suo marketing, è la testimonianza di una relazione, di un legame con la terra, del mantenimento dell’ambiente e del suo voler bene all’utilizzatore finale di questo prodotto. Non c’è altra strada”.   Resta il problema organizzativo, o più precisamente logistico, che non è banale: le merci vanno distribuite, e servono mezzi adeguati, specialmente se si ampliano i confini della platea di consumatori.   “Certo, è fondamentale costruire una rete trasversale ai settori. La GDO lo fa diventando sempre più grande perché, così facendo, acquista volumi sempre maggiori e strappa prezzi più bassi, ma questo non ha niente a che fare con l’agricoltura o col cibo, è solo banale economia di scala che purtroppo travolge il contadino. Come fa un allevatore che fa un latte molto buono a produrre di più? Passando da una stalla con 50 mucche ad una con 1000? Con i mangimi ricchi di cereali e legumi al posto del fieno, stravolgendo la natura, intensificando la produzione, così che il suo latte diventa proprio un’altra cosa. Quindi per tornare alla domanda, come fare?   Gli strumenti del Novecento, come ad esempio le cooperative, sono ormai spuntati. Ma non tutte le forme che ne stanno prendendo il posto: reti, collaborazioni, associazioni, una quantità di modi informali dove conta la parola e l’amicizia, oltre al progetto comune. Ci sono esperimenti in corso, per questo dicevo che è importante che ci si mettano tanti giovani: non hanno alle spalle le sovrastrutture culturali delle generazioni precedenti, e questo magari aiuterà tutti noi a trovare soluzioni nuove. Ma, proprio a proposito dell’aspetto culturale, non mi stanco di ripetere che la sfida è esattamente lì: nella sfida di conferire al cibo un significato diverso da quello puramente nutrizionale: col cibo si può cambiare il mondo”.   A maggior ragione considerando che ormai da tempo lo ha capito pure la GDO!   “Indubbiamente. I cambiamenti in atto sono oggettivi, a partire dalle molte catene che vendono prodotti biologici, anche se spesso industriali. Che il Fair Trade si sia esteso coinvolgendo anche le multinazionali ha mitigato alcuni comportamenti, non c’è dubbio. Questo però non ha disturbato l’accumulazione, la concentrazione, che è l’altro grandissimo tema, anzi in qualche modo tutto fa volume, e quindi tutto contribuisce. Per Amazon avvicinarsi alla sostenibilità è un’ottima cosa, tuttavia non scalfisce la sua crescita, anzi la alimenta. Alla fine, se si concentrano i monopoli il risultato sarà l’omologazione: lo stesso prodotto, lo stesso vino, lo stesso olio, la stessa pasta. Se tutto porta alla concentrazione, in primis dei capitali, in essa il piccolo, il territorio, il presidio, le mani e la testa di chi produce scompaiono”.   Questo ci riporta al 2005, al Manifesto di Porto Alegre, ai primi movimenti No Global in cui si parlava anche di cibo, in particolare dei Paesi produttori nel cosiddetto Terzo Mondo: dopo qualche anno, i prodotti equosolidali iniziarono a comparire anche sugli scaffali della GDO…   “ Spesso si tratta di movimenti che per sopravvivere si addomesticano. Ci fu una battaglia, 20 anni fa, un grosso dibattito se far entrare nel fairtrade o no le multinazionali, e io per la cronaca non ero favorevole. Poi però la prospettiva di crescere era troppo ghiotta, ed è una cosa che capisco. Solo che nel medio periodo, nemmeno nel lungo, si genera un problema: e il problema non è solo l’accantonamento del piccolo produttore, ma la morte di quel particolare processo economico di promozione cooperativa territoriale tanto importante soprattutto nei territori poveri. Quindi, se mi chiedi un parere a proposito degli scaffali di prodotti equosolidali nei supermercati ti rispondo che sì, è un bene che ci siano”. Ma la sfida è molto più grande e complessa. Va in profondità: la nuova domanda nel cibo deve diventare: ma questo prodotto migliora davvero ambiente e società di dove viene prodotto? Fa crescere le persone e migliora l’ambiente in questa direzione? “.   Torniamo all’oggi, e alla questione della necessità di competere. Ma come?   “Bisogna far leva sulle distintività, e in questo caso non mi riferisco solo a quelle specifiche di ogni cibo. Quando 35 anni fa la GDO non esisteva il costo del prodotto si ripartiva più o meno in due terzi di prodotto stesso e il resto nel negozio. Oggi quella proporzione è ribaltata, il prodotto rappresenta solo un terzo del costo e di quella percentuale solo circa il 6\10 per cento va al produttore. Quel che è cambiato, ad esempio, è che oggi c’è un’incidenza del marketing e dei costi distributivi e commerciali che arriva fino al 60 per cento, e di cui il piccolo produttore può ampiamente fare a meno, almeno nei termini con cui lo intende la GDO. Poi c’è il tema ambientale a cui accennavo prima: oggi è più conveniente far arrivare il cibo da lontano che produrlo in loco, ma solo perché nei costi di cui parlo quello del trasporto, e delle comunità con tutte le conseguenze ambientali che comporta non è considerato. Per questo insisto nel dire che coltivare non è un pezzo di un processo e basta, è anche avere cura dell’ambiente: l’agricoltura non appartiene agli agricoltori, ma a tutti, capire questo significa promuovere un’idea di condivisione e di trasversalità”.   E la proprietà ci riporta alla questione della concentrazione.   “Precisamente. Siccome il cibo si basa sulla proprietà della terra, è destinato a diventare più prezioso del petrolio, un elemento strategico, ed ecco perché attira interessi tanto importanti. Non può essere in mano a pochi e distribuito a milioni o miliardi di persone come fosse mangime. Ed è per questo che nessun manager della Gdo, oggi, si azzarda a minimizzare ciò di cui stiamo parlando.   La sfida vera è questa, trasformare il supermercato, di nuovo, in mercato, nel senso tradizionale del termine ovvero quello di relazione”.   L’Italia, per essere una strisciolina di terra tutto sommato minuscola, è baciata da una diversità incredibile: non potrebbe essere al centro di questa trasformazione?   “Certo le potenzialità ci sono, e io per primo me lo auguro oltre a lavorare personalmente a favore di questa potenzialità, ma ancora in agricoltura esiste una mentalità feudale e remissiva. Serve un approccio diverso, per questo insisto sui giovani agricoltori di ritorno. Per fortuna inizia a esserci una grande attenzione delle persone a questi temi, solo che al momento non è percepita con esattezza perché non è adeguatamente rappresentata”.   C’è un romanzo di qualche anno fa di Stephen King, si intitola 22/11/63, che è la data dell’assassinio di Kennedy: il protagonista scopre per caso un modo per tornare proprio in quel periodo e provare a sventare l’omicidio, in una scena entra in una banalissima tavola calda e ordina un hamburger, quando lo addenta resta di sale, perché non ha mai mangiato niente di così buono, perché il cibo del suo e quindi del nostro tempo non sa di niente.   “Stupendo! È proprio così, mi sembra un esempio perfetto. E terribile insieme. Se non vogliamo che il cibo diventi banalità e con esso la vita che sta davanti e dietro alla produzione di cibo vero, ci tocca inventarci un percorso nuovo: fatto da tanti che condividono, non solo fra loro ma con il pianeta che ci ospita e ci avvolge”.   Intervista pubblicata sul trimestrale Ossigeno n.3 Febbraio 2021