Il 2022 sarà un anno senza estate?

26 Gennaio 2022

L’esplosione del vulcano nell’arcipelago di Tonga in Polinesia e il suo impatto sul clima. Ci sarà il sole quest’estate?

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È successo almeno due volte nella storia recente e succederà ancora: anni in cui piove ininterrottamente, o nevica in luglio, i raccolti non maturano, il grano seminato non riesce a crescere. La causa è sempre la stessa: l’esplosione di super vulcani, cioè di vulcani che eruttano una quantità enorme di anidride solforosa e detriti nell’atmosfera, com’è successo nell’arcipelago di Tonga il 15 gennaio. La spiegazione scientifica è che la violenza dell’eruzione catapulta nella stratosfera anidride solforosa che poi forma un aerosol di acido solforico, ovvero minuscole sfere che riflettono i raggi solari, diminuendo la quantità di luce che arriva sulla Terra e provocando il raffreddamento della temperatura sul pianeta. Mentre la cenere e le particelle di roccia si fermano nella troposfera e poi cadono al suolo (peraltro facendo danni e vittime, basta guardare le riprese aeree delle due sfortunate isole dov’è avvenuta l’eruzione), le gocce di anidride solforosa possono restare nella stratosfera anche per anni ed è questo che causa le estati senza sole. Col tempo, l’anidride solforosa ricade verso il suolo, sotto forma di piogge acide.   Il primo episodio su cui abbiamo un’abbondante documentazione è quello del vulcano Tambora, in Indonesia, che esplose il 10 aprile 1815 facendo decine di migliaia di vittime sul posto. Ma il peggio doveva ancora venire: nel 1816 una cronaca da Bolzano riassume condizioni nell’Italia settentrionale. Durante l’inverno ci fu una quantità insolita di neve, a cui si aggiunse in marzo un freddo pungente. Nella prima metà di aprile ci fu un’altra massiccia nevicata, e le gelate impedirono alla vegetazione di svilupparsi fino a maggio. Fu solo all’inizio di giugno che apparvero i primi fiori sugli alberi. Ma il 7 giugno la neve cadde di nuovo e le temperature scesero bruscamente.   In Scozia, in primavera non c’era nemmeno abbastanza erba per le pecore e la maggior parte delle greggi morì per mancanza di cibo dopo il parto degli agnelli in aprile. Le mandrie diminuirono di dimensioni e i prezzi del grano cominciarono a salire. Lo stesso avvenne in diverse province dell’Olanda, le terre ricche di erba finirono tutte sott’acqua. In Germania, il contadino Johann Georg Kell notò sul suo diario che aveva piovuto ininterrottamente per le cinque settimane dal 23 maggio fino al 29 giugno, “cosìcché si arrivava a malapena ai campi”. I suoi compatrioti definirono il 1816 “anno dei mendicanti”.   Negli Stati Uniti si registrò il peggior raccolto mai visto, su cui abbiamo molte notizie perché molti agricoltori americani si chiedevano come avrebbero fatto a sopravvivere fino al raccolto dell’anno dopo. A Keene, in New Hampshire, Hannah Dawes Newcomb scriveva nel suo diario: “6 luglio – Il tempo continua ad essere molto freddo; tutta la natura sembra avvolta nell’oscurità. L’erba è molto sottile. Il mais è così indietro che sembra improbabile avere cibo sufficiente per gli uomini o per le bestie. La nostra unica speranza sono la seminagione e il raccolto [del prossimo anno]. Ogni giorno teniamo acceso il fuoco in salotto”. In Virginia, l’ex presidente Thomas Jefferson annotava scrupolosamente tutto ciò che accadeva nella sua villa-fattoria di Monticello e in settembre scrisse all’amico Albert Gallatin a Parigi: “abbiamo avuto il più straordinario anno di siccità e freddo mai conosciuti nella storia dell’America”.   La fredda estate del 1816, seguita dagli scarsi raccolti degli anni 1816-20, provocò una crisi personale per Jefferson: in termini economici, semplicemente andò in rovina. I raccolti del grano si seccarono a causa delle gelate e della siccità, facendolo sprofondare ancora di più nei debiti di vecchia data dai quali non sarebbe mai più uscito. A livello intellettuale lo choc fu ancora più grande. Se il clima in Nord America stava effettivamente diventando più freddo meno adatto all’agricoltura con il passare degli anni, che ne sarebbe stato del sogno di una repubblica agraria basata sul lavoro di contadini indipendenti e sull’espansione verso Ovest?   Settant’anni dopo, settecento miglia ad Ovest di Tambora, un altro vulcano espulse nell’atmosfera un’enorme quantità di roccia, ceneri e polveri: il Krakatoa. Si calcola che il vulcano abbia eruttato 18 chilometri cubici di materiali, mentre le ceneri si dispersero su un’area stimata a 827.000 chilometri quadrati. Come nel caso del Tambora, le particelle più fini, s’innalzarono a grande altezza, restando in sospensione e dando luogo, nell’inverno successivo, a cieli “color sangue” osservati anche in Europa. La devastazione locale provocata dall’eruzione del 27 agosto 1883 e dal successivo tsunami fu profonda ma anche i suoi effetti climatici furono stupefacenti: abbassò la temperatura mondiale di quasi un grado, un cambiamento sufficiente per devastare i raccolti in molte regioni del mondo, seguiti da carestia e migrazioni di massa.   Questi eventi vulcanici non sono fortunatamente frequenti, ma ci sono altri esempi di raffreddamento globale dopo eruzioni particolarmente violente, come nel caso del Santa Maria in Guatemala (1902), Agung in Indonesia (1963), El Chichon in Messico (1982) e del Pinatubo nelle Filippine (1991). E lo Hunga-Tonga, cosa farà? Secondo alcuni vulcanologi possiamo essere meno pessimisti che nei casi descritti, perché la quantità di materiale proiettato a grande altezza sarebbe minore e possiamo sperare in un raffreddamento meno drammatico nelle sue conseguenze di quelli del 1816 e del 1884. Ma, come si sa, il nostro maltrattato pianeta negli ultimi anni ha mostrato una certa insofferenza verso noi Homo Sapiens, quindi tutto è possibile.     Testo di Fabrizio Tonello, Università di Padova