Il cibo può cambiare il mondo?

12 Febbraio 2021

Finalmente sono in arrivo i nuovi prodotti Good Land. Le confezioni si presentano con delle domande. Per raccontarvi il perché di questa scelta, abbiamo intervistato Martha Ter Horst copyrighter e Agnese Pagliarini art director di Naive, l’agenzia di comunicazione che ha realizzato il packaging.

Interviste

Il nuovo pay off di Good Land è il cibo che cambia il mondo. Ma si può veramente cambiare il mondo attraverso la scelta di un cibo piuttosto di un altro? Insieme a voi abbiamo dato vita a una grafica per i nostri prodotti quasi impertinente. Ogni confezione si rivolge al consumatore attraverso una domanda. Domande a volte sorprendenti o difficili o spiazzanti. Una scelta che trascura i dettami del marketing per cercare invece una relazione con il consumatore che sia di scambio. Se il nostro mantra è ogni nostro prodotto è un progetto, ne consegue la voglia di avere uno scambio con chi ci compra per l’appunto i nostri prodotti. La proposta che avete concepito è nata da un’empatia con noi perché condividiamo gli stessi valori?   Sì. Il nostro mestiere è dare ai marchi che ce lo chiedono gli strumenti per comunicare in maniera corretta e rilevante con il proprio pubblico, anche quando sono progetti puramente commerciali senza un background valoriale forte come il vostro. Quindi anche in assenza di reale empatia, ci piace pensare di essere in grado di raggiungere ottimi risultati.   Sicuramente quando in agenzia arriva un cliente con una storia, il processo creativo oltre ad essere più appagante è anche molto diverso.   Quali sono gli aspetti del nostro progetto che hanno facilitato il vostro lavoro concettuale e anche creativo?   Con Goodland ci siamo potute permettere il lusso di concentrarci non sul “cosa diciamo” ma sul “come lo diciamo”, perché i contenuti c’erano già ed erano ricchissimi. Da un lato quindi il lavoro è stato più semplice, perché il materiale abbondava, dall’altro quando si ha tanto da dire la sfida è trovare la giusta chiave per farlo considerando anche le limitazioni imposte dalle dimensioni del pack. Il punto di svolta è stato decidere di abbandonare la sintesi e puntare tutto sul racconto dei singoli progetti, abbiamo così iniziato a disegnare una linea di pack “parlanti”, in cui il testo è assoluto protagonista. Il meccanismo delle domande è venuto dopo, per innescare un vero e proprio dialogo con il consumatore e portarlo ad approfondire ulteriormente.   Good Land mette al centro l’importanza di un’agricoltura rispettosa dell’ambiente ma anche delle persone, delle comunità per attivare azioni di cambiamento. Finalmente sono cambiate anche le parole in uso. Parliamo ad esempio di Antropocene , non più di Olocene. Antropocene per visualizzare equilibri diversi, per mettere l’uomo sullo stesso piano degli altri organismi viventi: piante e animali.   Cambiare linguaggio è quello che avete/abbiamo fatto. In che modo potremmo confrontarci con il mondo dei comunicatori per una validazione del nostro lavoro?   È vero, abbiamo cambiato linguaggio se teniamo conto del registro linguistico utilizzato abitualmente dal marketing, ma non lo abbiamo cambiato se pensiamo a come parlano le persone. Ci siamo avvicinati anzi, scegliendo un tono colloquiale, evitando giochi di parole fini a se stessi o formule mirate più a persuadere che a raccontare. Il target di Goodland al momento può essere considerato una nicchia, ma l’ambizione a lungo termine è di offrire non solo un ottimo prodotto ma anche un importante spunto di riflessione a un numero di persone sempre maggiore.   Intervista realizzata da Rita Brugnara, febbraio 2021.   ‘Nello studio delle idee, è necessario ricordare che la tendenza a ricercare testardamente la chiarezza deriva da un’esigenza emotiva, come se vi fosse una nebbia ad avvolgere l’incertezza dei fatti. L’insistenza sulla chiarezza a tutti i costi è basata su una mera superstizione del modo in cui funziona l’intelligenza umana. I nostri ragionamenti si aggrappano a delle pagliuzze come premesse e galleggiano su fili di ragnatela come deduzioni.” A.N. Whitehead ‘Avventure di idee’