La bellezza e l’abitare la terra

17 Gennaio 2022

La bellezza dell’abitare la terra e di prendersene cura diventa opera d’arte ma anche atto educativo che avvicina anche le persone più distratte alla bellezza esasperandola.

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E’ strano per me parlare di bellezza e dell’abitare la terra senza utilizzare immagini. E’ una sfida all’immaginazione. Good Land è l’impresa di cui faccio parte. Si occupa di rigenerazione rurale attraverso la progettazione, realizzazione e commercializzane prodotti alimentari mirati alla salute dell’uomo e della terra. Il nome Good Land è in contrapposizione a Bad Lands che sono le terre calanchive e inospitali dove in South Dakota sono confinati i nativi americani, i Lakota per la precisione. La Riserva è quella di Pine Ridge. Abitare la terra è il nostro pay off o meglio lo è stato. Non abitarla significa abbandonarla a sè stessa. Perché non da abbastanza da vivere, perché è in collina o in montagna, perché competere con l’agricoltura industriale in pianura non è possibile. Ma la terra è disabitata anche in pianura. Non serve viverci perché le macchine agricole sono tanto efficienti che la terra la addomesticano. L’azione quotidiana di cura dell’agricoltore è inutile e allora incontriamo molte fattorie vuote, abbandonate. Incontriamo l’assenza.   La bellezza della terra, della campagna, se restringiamo il campo, coincide con la cura che riceve. Ricorro a immagini estreme di bellezza: gli olivi secolari che caratterizzano il paesaggio agrario della Puglia. Sono piante spesso monumentali che hanno secoli, alcune sono millenarie. Sono piante che hanno ricevuto le cure dell’uomo attraverso la storia. Che hanno visto e vedono ancora il grano crescere sotto le chiome. Sono piante addirittura ingombranti, le loro olive sono difficili da raccogliere o meglio vanno raccolte una ad una perché i rami sono fragili. Eppure l’agricoltore ha rispetto di tanta bellezza e la preserva nel tempo, fuori dal tempo. I campi di grano sugli Appennini sono un altro esempio. Dipingono di verde brillante i campi già in inverno. In estate formano onde dorate perché si muovono al soffio dell’aria. Ho incontrato pochi giorni fa Andrea che fa l’agricoltore. La sua terra è argillosa, è ripida ma Andrea la cura a dispetto di tutto, anche dei cinghiali che gliela calpestano. Dice Andrea che non potrebbe mai rinunciare alla bellezza di quel paesaggio che sente suo. Ci gioca anche e semina grani di varietà diverse con spighe molto alte, spighe con le reste nere, spighe del colore dell’oro. Sono popolazioni di grano, miscugli di diverse varietà che crescono e si adattano alle condizioni metereologiche in modo diverso. Andrea è un contadino giardiniere, fautore di un paesaggio che all’imbrunire fa sentire piccoli quanto le formiche. Un paesaggio che è di tutti. Un bene comune.   Un paesaggio che negli anni Ottanta è di ispirazione a Agnes Denes, artista nata a Budapest che da vita all’opera d’arte Wheatfield A confrontation. Anziché realizzare una scultura, Denes – pioniera del movimento americano conosciuto come Land Art – piantò un bellissimo campo di grano, accanto alle scintillanti Torri Gemelle, usando proprio la terra scavata durante la costruzione del World Trade Center, in quel fazzoletto di terra dove poi sarebbe sorto il moderno quartiere di Battery Park City. L’opera, chiamata Wheatfield- A Confrontation, rappresentava anche un potente paradosso: piantare grano su un terreno edificabile valutato all’epoca 4,5 miliardi di dollari! Perché “il campo di grano era un simbolo, un concetto universale. Rappresenta cibo, energia commercio, economia. Voleva essere un riferimento a cattive gestioni, spreco, fame nel mondo e preoccupazioni ecologiche”, ma non solo. Il campo di grano era anche il simbolo di un modo di vivere diverso, legato a ritmi molto diversi da quelli vissuti in una città convulsa come New York: “Era lo Shangri-la, un piccolo paradiso, la propria infanzia, un caldo pomeriggio d’estate in campagna, la pace, i valori dimenticati, piaceri semplici.” Due assistenti e alcuni volontari hanno aiutato l’artista a rimuovere i rifiuti dal terreno, e a piantare il grano: lavorando solo con strumenti manuali sono stati scavati a mano 285 solchi, nei quali sono posti i semi, poi ricoperti di terra. Le spighe dorate, che sono state raccolte il 16 agosto 1982, hanno prodotto 450 chili di grano, che poi hanno viaggiato in 28 città, per una mostra dal titoloThe International Art Show for the End of World Hunger, mostra d’arte internazionale per la fine della fame nel mondo. L’artista ha realizzato nel 2015, in occasione dell’Expo di Milano, un nuovo Wheatfield, nel quartiere di Porta Nuova per rinnovare un messaggio di ritorno alla semplicità, alla concretezza della terra.   Ho visto in provincia di Biella le risaie in inverno. Sullo sfondo le Alpi innevate. I campi erano coperti da una coltre di fitta erba. Ho visto le greggi cibarsi di quell’erba. Ho camminato su quell’erba dura e morbida nello stesso tempo. La bellezza di quel paesaggio è il risultato della permacultura, tecnica agricola rispettosa della terra. La terra che vive in tutte le stagioni. Una terra ospitale in tutte le stagioni. A tarda primavera in quella cotica erbosa i risicoltori seminano il riso. Più tardi l’acqua coprirà tutto e l’erba morirà lasciando spazio solo al riso. La terra abitata, dice Anna Kauber, regista del film In questo mondo, mi riporta al paesaggio agrario. Un paesaggio che amo perché dentro ci sono gli animali, l’uomo e la terra. Il paesaggio è un’opera comune, un bene collettivo. Le donne pastore, ad esempio, che racconto nel film si prendono cura della terra in un modo peculiare, c’è comprensione intuitiva con il dare la vita. Il pensiero, la cura costruiscono, modellano un paesaggio funzionale, il nostro paesaggio italiano collettivo. Il loro lavoro che impiega le mani, nella sua compiutezza contribuisce a plasmare il paesaggio che diventa arte collettiva.   Mariana venezuelana che collabora con noi mi ha detto: il verbo abitare la terra nella mia lingua non c’è. Si dice vivere la terra. La terra si può solo vivere insieme alle piante, agli animali. C’è allora bellezza. Luciana Dalle Donne, ideatrice di Made in carcere, ha associato la bellezza dell’abitare la terra a una bellezza tanto grande da essere incompresa o data per scontata. La bellezza la si celebra nei musei, nelle gallerie, nei parchi naturali. Confinata per renderla esclusiva e comprensibile. In sanscrito il verbo abitare Vas significa anche dedicarsi a., ed è interessante come nella radice Vas è compresa la radice as essere. Nel libro di Richard Powers “Il sussuro del mondo”, la terra la abitano gli uomini e gli alberi. Gli alberi sono descritti nella relazione che ci lega a loro. Abitiamo la stessa terra. Per Richard la bellezza è nello scambio tra noi e loro, scambio che porta conoscenza, confidenza. Una bellezza che si rigenera in continuazione anche per noi. Il regno vegetale è bellezza. Abitare la terra e la bellezza. Mi piace rimanere nel presente, nel contemporaneo. E penso a Gill Clement che abita la terra con giardini che chiama giardini planetari. “… Il giardino di oggi non riesce a contenersi entro il tradizionale recinto, anzi, costringe tutto il vicinato alla condivisione. Gli insetti, gli uccelli, l’ossigeno e l’acqua non conoscono altro contenitore che la superficie della Terra e lo spessore della biosfera: valicano le barriere istituzionali”. Gilles Clément Giardini, paesaggio e genio rurale. Il giardino di Clement è uno spazio aperto dove la condivisione nasce dall’interazione. Nel giardino vivono piante e animali che crescono scambiandosi ombra, spazio, nutrienti, terreno. Intrecciano radici, fusti, rami che ospitano nidi, ripari per animali grandi e piccoli. Spazio aperto perché continuamente contaminato da nuove specie che possono arrivare da dietro l’angolo o da molto lontano. Il giardino planetario è bellezza perché non pone confini tra il nostro spazio e lo spazio delle specie animali e vegetali che abitano la terra con noi.   Anche San Francesco chiedeva che nel convento si lasciasse sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche, in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero elevare il pensiero a Dio, autore di tanta bellezza (vedi articolo 21 dell’enciclica Laudato Si). Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte cita l’enciclica Laudato si di Papa Francesco per definire le urgenze del nostro tempo: la tutela dell’ambiente e della campagna senza cui la città si slabbra e deperisce e poi le periferie delle città e del mondo, in cui vivono i poveri della terra. Si tratta insomma di compiere una vera e propria ‘socializzazione del paesaggio’, mettendosi dal punto di vista di chi la città globalizzata la mette ai margini. ‘Perché – dice Salvatore Settis – non c’è bellezza senza responsabilità e senza storia. Parlare di bellezza legata al vivere la terra mi porta anche a paesaggisti come Fernando Coruncho che all’Amastuola, un’azienda agricola vicino a Taranto, sottolinea la bellezza del paesaggio agricolo cambiando la direzione dei vigneti per dare la forma di onde, “onde del tempo che attraversano fin dall’antichità questo luogo” dice Coruncho.   La bellezza dell’abitare la terra e di prendersene cura diventa opera d’arte ma anche atto educativo che avvicina anche le persone più distratte alla bellezza esasperandola. Ma la bellezza che penso debba essere insegnata, lo sguardo che va educato è quello verso una bellezza del paesaggio agrario che è il risultato della cura dell’uomo, contadino, allevatore, pastore. Penso che diversamente l’abbandono, ad esempio l’abbandono delle aree interne di cui si parla tanto, sia un processo inarrestabile. Solo la consapevolezza del lavoro quotidiano che sta dietro la bellezza del paesaggio, può far crescere la consapevolezza che tale bellezza è bene comune. E che ogni occasione deve essere colta per abitare o visitare quei paesaggi e sostenere l’economia degli agricoltori, allevatori e pastori che anche per noi, resistono e non smettono di coltivare la bellezza.   Articolo di Rita Brugnara   Foto di Paolo Panzera